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I
capelli che mi hanno abbandonato
A
Thomas, un altro fratello
Lo
sguardo del bagno è inquietante. Stamattina. Ancor più
quello dello specchio. Riflettici. Ho passato una notte agitata,
pensando a come avrei potuto entrare nel mondo da casa. C'erano
oggetti taglienti nei sogni, esplosioni, ali nere e fiamme; non
era l'inferno. Ecco, più che pensarci, ci ho riflettuto.
In questi casi anche decidere di tagliarsi la barba non è
semplice. Che devi fare? Devi prima bagnare il pennello o lavarti
la faccia? Prima aspettare l'acqua bollente o controllare i rasoi,
l'usura? L'usura dei rasoi. L'attesa dell'alba è sempre bianca
qua dentro, come il water, il bidet, la schiuma mentolata. Decisamente
non è l'inferno, piuttosto il tempo in cui s'aspetta un segno.
Un'occasione. Gli occhi disillusi, nello sforzo di emigrare dal
punto focale del loro riflesso, nell'indagare al di là della
soffice barba da babbonatale.
Al
primo segno di taglio.
Un punto di sangue e la smorfia.
E
si entra nel mondo.
Sull'arma d'offesa hai colori di neve che sfumano al rosso gridato
da insurrezione, di caos e ferite che macchiano il viso, ferite
d'offesa e di sangue e il bagno di schiuma degli estintori e scarlatti
bambini che compravano il pane, rimasti a gridare alla vita che
veloce partiva nel nero di una guerra. Neri i punti di barba tagliati,
seminati sul bianco del lavabo. E, entrato nel mondo, t'accorgi
di quanto pochi siano in confronto alle gambe falciate dai campi
minati, le mani spalmate per terra e le schegge di ruggine e chiodi
che cadono adesso sparate ANCHE da bambole finte. Da bamboleeeeeeeeeeeeeeeeeeeee.
Acqua,
sciacqua.
Penso
ai capelli che mi hanno abbandonato da soli, perché così
doveva essere, senza sangue e minacce e rasoi, al loro riposo beato
sul cuscino. Penso all'inferno ogni volta che entro nel mondo. Stamattina.
©
Giampaolo
Vincenzi
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