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Giornata
tediosa. Il cielo è un piatto liscio, di porcellana dozzinale.
Niente incrinature, o difettucci che lascino
intravvedere lo strato sottostante.
Solo uno smalto lucido, compatto, banalmente
bianco.
Vorrei allungare le dita tra le pieghe di
quelle nuvole pressate, così concordemente vicine, per strappare
le cuciture che le tengono serrate e creare uno squarcio.
L'azzurro mi direbbe qualcosa, forse.
Vittorio è partito presto, stamane.
L'ho sentito rotolare fuori dal letto mentre la sveglia lampeggiava
perentoria.
E' così discreto.
Non mi porta più il caffè a
letto, la mattina, come faceva un tempo quando, dal risveglio al
riposo, affastellavamo e mescolavamo le nostre vite: colazioni,
pranzi, cene, impegni e svaghi, miei e suoi, si avvicendavano in
un canone infinito.
Quando non eravamo insieme, ci scambiavamo
informazioni costanti sui nostri microcosmi paralleli, perché
volevamo farli convergere, prima o poi. Telefonate. Biglietti lasciati
come per caso tra le pagine del libro in corso di lettura, o sotto
il coperchio della solita pentola per la pasta.
E' così romantico, Vittorio. Ma non
vuole risultare invadente.
Forse gli sembrava di assillarmi troppo con
le sue attenzioni. Così ora si limita a tacere. A sorridermi
e a tacere.
Non mi racconta più del suo lavoro.
Teme di annoiarmi, di riempirmi la testa di ricette, di creme, di
bignè, di farciture e di praline.
E allora io le ingurgito, le paste, le creme
e le praline. Mi sembra di sentirlo più vicino: mi sembra
che l'aroma fruttato della glassa, quello acidulo della crema al
limone, la vaporosa inconsistenza della crema chantilly, mi parlino
di lui, al posto suo.
Perché ogni ingrediente l'ha scelto
pensando a me (così mi sussurrava un tempo).
E così divento sempre più burrosa,
cremosa e dolciastra. La mia pelle non è più levigata
come la sfoglia appena tirata; i muscoli del mio ventre non sono
più tesi come le stecche di vaniglia. Mi sto pericolosamente
trasformando in un bignè bitorzoluto e informe.
Dovrei uscire, provare a diventare amica di
questa città sconosciuta. Ma le strade mi sembrano tutte
uguali, non ho ricordi collegati a loro: l'angolo del crocevia qui
di fronte, con il palazzo sontuoso e baroccheggiante, l'insegna
antica e un po' scrostata del calzolaio sempre qui di fronte, la
fontana della piazzetta in fondo al viale rimangono quello che sono:
luoghi che non mi riconducono a nessuna situazione. Incantevoli,
ma anonimi.
Se ne parlassi a Vittorio, non capirebbe:
è così pratico, ma anche così suscettibile.
Non voglio che intuisca la mia desolazione.
A lui piace accertarsi quotidianamente che
ogni cosa sia al suo posto. Che la spazzola sia allineata al pettine
sul mobiletto del bagno. Che i suoi grembiuli siano immacolati e
ripiegati nel primo cassetto del comò. Che in frigo ci sia
l'acqua minerale, sempre della stessa marca, e che la posta lo attenda
ogni sera ben allineata sul tavolino dell'ingresso.
Anch'io devo essere sempre al mio posto.
Perché lui si compiace dell'idea di
questa nuova famiglia, della pacata tranquillità ispirata
da queste stanze spoglie, della sicurezza infusa dalla monotonia
delle nostre giornate, tutte prevedibili, tutte intercambiabili.
Ci sarebbe da impazzire. Meglio uscire.
E' singolare come il suo sguardo marino scivoli
sopra di me, ovunque io vada, e mi accompagni vigile. Se chiudo
gli occhi per un breve istante, il blu cobalto si dilata, si allarga
e si alza fino a diventare un'onda ingovernabile che si increspa,
prima di travolgermi e di spingermi premurosamente a compiere i
gesti che lui si aspetta da me.
Gesti pacati, prematuramente materni, accoglienti,
rallentati.
E mi ritrovo a passeggiare verso il centro
di questa città grigia con passi misurati, studiati, anche
se lui non è al mio fianco, tanta è l'abitudine di
assecondare il mio meticoloso compagno.
Oggi, però, desidero concedermi il
ghiribizzo di cambiare itinerario, di addentrarmi proprio nel cuore
della città, tra le sue viuzze contorte come le vene di un'anziana
donna. Voglio inebriarmi di odori e colori diversi, antichi e per
me nuovi, più intensi e pungenti di quelli della pasticceria.
Ecco: lì in fondo, alla fine di questa
stradina in salita che mi sta rubando il fiato, si intravvede una
vecchia osteria: di fuori sono disposti confusamente i tavoli in
legno scuro e lucido, massicci e squadrati. Forse Vittorio me ne
aveva parlato: l'insegna in ferro battuto verniciata a mano, le
sedie scompagnate, le tende verde bottiglia che riparano dal sole
e dalle occhiate curiose.
Si sente già il profumo di fritto e
di vino a buon mercato.
Sembra che si sia materializzato uno dei bistrot
descritti con tanta cura nei gialli di Simenon: locali dove si respira
aria consumata da un'umanita disillusa, senza sogni, avvolti in
atmosfere schiette e sanguigne, dove tutto è definito e compiuto
nonostante la nebbia, il fumo e i grassi odori confusi.
Ecco al banco il gruppetto di avventori abituali,
abbarbicati sugli sgabelli impagliati: le giacche lise e stazzonate,
le spalle ricurve e pesanti.
C'è anche la coppia di fidanzatini appartata
al tavolino all'angolo: un cliché scontato.
Mi emoziono nell'intuire dalle loro teste
convergenti, quella scura e ricciuta di lui, quella esile e dorata
di lei, la loro complicità.
Parlare fitto fitto, cianciare senza freni
di qualsiasi cosa. Sentirsi compresi e vivi, allacciati e liberi
al contempo. Ridono spensierati. Si amano e si bastano.
Un tuffo indietro, in un passato che non è
in realtà così remoto. Nostalgìa lancinante.
Una mano larga e tozza, che abbranca e stritola
una spalla legnosa.
Fa parte di me, delle immagini che affollano
la mia mente ogni giorno, dei ricordi di cui si nutre la mia pelle.
Non credo. Non ora e non così banalmente.
Una risata estranea, sonora, diversa. Non
mi appartiene.
Eppure è sua, come sua è la
mano tozza che vanamente cerca di coprire lo stupore dipinto nel
volto dell'uomo che amavo.
E che vorrei seppellire sotto una montagna
di pasticcini. Metodicamente. A strati bicolori.
©
Elisabetta
Tusset
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