Sumario 19

 

Elisabetta
Tusset

 

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A strati     bicolori

 

 

Giornata tediosa. Il cielo è un piatto liscio, di porcellana dozzinale.

Niente incrinature, o difettucci che lascino intravvedere lo strato sottostante.

Solo uno smalto lucido, compatto, banalmente bianco.

Vorrei allungare le dita tra le pieghe di quelle nuvole pressate, così concordemente vicine, per strappare le cuciture che le tengono serrate e creare uno squarcio.

L'azzurro mi direbbe qualcosa, forse.

Vittorio è partito presto, stamane. L'ho sentito rotolare fuori dal letto mentre la sveglia lampeggiava perentoria.

E' così discreto.

Non mi porta più il caffè a letto, la mattina, come faceva un tempo quando, dal risveglio al riposo, affastellavamo e mescolavamo le nostre vite: colazioni, pranzi, cene, impegni e svaghi, miei e suoi, si avvicendavano in un canone infinito.

Quando non eravamo insieme, ci scambiavamo informazioni costanti sui nostri microcosmi paralleli, perché volevamo farli convergere, prima o poi. Telefonate. Biglietti lasciati come per caso tra le pagine del libro in corso di lettura, o sotto il coperchio della solita pentola per la pasta.

E' così romantico, Vittorio. Ma non vuole risultare invadente.

Forse gli sembrava di assillarmi troppo con le sue attenzioni. Così ora si limita a tacere. A sorridermi e a tacere.

Non mi racconta più del suo lavoro. Teme di annoiarmi, di riempirmi la testa di ricette, di creme, di bignè, di farciture e di praline.

E allora io le ingurgito, le paste, le creme e le praline. Mi sembra di sentirlo più vicino: mi sembra che l'aroma fruttato della glassa, quello acidulo della crema al limone, la vaporosa inconsistenza della crema chantilly, mi parlino di lui, al posto suo.

Perché ogni ingrediente l'ha scelto pensando a me (così mi sussurrava un tempo).

E così divento sempre più burrosa, cremosa e dolciastra. La mia pelle non è più levigata come la sfoglia appena tirata; i muscoli del mio ventre non sono più tesi come le stecche di vaniglia. Mi sto pericolosamente trasformando in un bignè bitorzoluto e informe.

Dovrei uscire, provare a diventare amica di questa città sconosciuta. Ma le strade mi sembrano tutte uguali, non ho ricordi collegati a loro: l'angolo del crocevia qui di fronte, con il palazzo sontuoso e baroccheggiante, l'insegna antica e un po' scrostata del calzolaio sempre qui di fronte, la fontana della piazzetta in fondo al viale rimangono quello che sono: luoghi che non mi riconducono a nessuna situazione. Incantevoli, ma anonimi.

Se ne parlassi a Vittorio, non capirebbe: è così pratico, ma anche così suscettibile. Non voglio che intuisca la mia desolazione.

A lui piace accertarsi quotidianamente che ogni cosa sia al suo posto. Che la spazzola sia allineata al pettine sul mobiletto del bagno. Che i suoi grembiuli siano immacolati e ripiegati nel primo cassetto del comò. Che in frigo ci sia l'acqua minerale, sempre della stessa marca, e che la posta lo attenda ogni sera ben allineata sul tavolino dell'ingresso.

Anch'io devo essere sempre al mio posto.

Perché lui si compiace dell'idea di questa nuova famiglia, della pacata tranquillità ispirata da queste stanze spoglie, della sicurezza infusa dalla monotonia delle nostre giornate, tutte prevedibili, tutte intercambiabili.

Ci sarebbe da impazzire. Meglio uscire.

E' singolare come il suo sguardo marino scivoli sopra di me, ovunque io vada, e mi accompagni vigile. Se chiudo gli occhi per un breve istante, il blu cobalto si dilata, si allarga e si alza fino a diventare un'onda ingovernabile che si increspa, prima di travolgermi e di spingermi premurosamente a compiere i gesti che lui si aspetta da me.

Gesti pacati, prematuramente materni, accoglienti, rallentati.

E mi ritrovo a passeggiare verso il centro di questa città grigia con passi misurati, studiati, anche se lui non è al mio fianco, tanta è l'abitudine di assecondare il mio meticoloso compagno.

Oggi, però, desidero concedermi il ghiribizzo di cambiare itinerario, di addentrarmi proprio nel cuore della città, tra le sue viuzze contorte come le vene di un'anziana donna. Voglio inebriarmi di odori e colori diversi, antichi e per me nuovi, più intensi e pungenti di quelli della pasticceria.

Ecco: lì in fondo, alla fine di questa stradina in salita che mi sta rubando il fiato, si intravvede una vecchia osteria: di fuori sono disposti confusamente i tavoli in legno scuro e lucido, massicci e squadrati. Forse Vittorio me ne aveva parlato: l'insegna in ferro battuto verniciata a mano, le sedie scompagnate, le tende verde bottiglia che riparano dal sole e dalle occhiate curiose.

Si sente già il profumo di fritto e di vino a buon mercato.

Sembra che si sia materializzato uno dei bistrot descritti con tanta cura nei gialli di Simenon: locali dove si respira aria consumata da un'umanita disillusa, senza sogni, avvolti in atmosfere schiette e sanguigne, dove tutto è definito e compiuto nonostante la nebbia, il fumo e i grassi odori confusi.

Ecco al banco il gruppetto di avventori abituali, abbarbicati sugli sgabelli impagliati: le giacche lise e stazzonate, le spalle ricurve e pesanti.

C'è anche la coppia di fidanzatini appartata al tavolino all'angolo: un cliché scontato.

Mi emoziono nell'intuire dalle loro teste convergenti, quella scura e ricciuta di lui, quella esile e dorata di lei, la loro complicità.

Parlare fitto fitto, cianciare senza freni di qualsiasi cosa. Sentirsi compresi e vivi, allacciati e liberi al contempo. Ridono spensierati. Si amano e si bastano.

Un tuffo indietro, in un passato che non è in realtà così remoto. Nostalgìa lancinante.

Una mano larga e tozza, che abbranca e stritola una spalla legnosa.

Fa parte di me, delle immagini che affollano la mia mente ogni giorno, dei ricordi di cui si nutre la mia pelle.

Non credo. Non ora e non così banalmente.

Una risata estranea, sonora, diversa. Non mi appartiene.

Eppure è sua, come sua è la mano tozza che vanamente cerca di coprire lo stupore dipinto nel volto dell'uomo che amavo.

E che vorrei seppellire sotto una montagna di pasticcini. Metodicamente. A strati bicolori.

 

Elisabetta Tusset

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