13
julio - agosto 2002

 

Giampaolo
   Vincenzi

   

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13
julio - agosto 2002

Giampaolo
   Vincenzi

   


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Lettera

Per E.

 

Percepire degli sguardi, sentire qualcuno che osserva nascosto e non riesci a capire da dove. Ti succede nelle notti invernali di luna piena, quando la brina mantella le auto e le guance sono aggredite dai miliardi di piccoli invisibili aghi del freddo. Se tendi bene l'orecchio ascolti solamente il sordo floppare delle luci che spiano, scrutano e trafiggono maligne il buio divisorio. Ti arriva una labile voce che s'appella alla pietà; rotta dai rumo-ri degli ultimi autocarri, ritorna tenue ancora per un poco. Ed é strana, sottile, non la potresti mai decifrare perché é animata da tante emozioni compresse che ti raggiungono; dove nasce quel silenzioso lamento nascosto? Allora succede di guardarsi intorno per trovare una nicchia, uno spazio, persino una pietra sotto cui possa essere nascosta la tua coscienza (o l'anima). Mentre gli occhi cambiano direzione la senti più vicina e ti chiama e ti parla e ti grida laddove non sei mai andato. Infatti basta alzare la testa e guardare davanti, dove vive il prigioniero dei molti, colui che ti chiede di evadere e di rimpatriare nei pensieri della sua gente. Eppure non l'avresti mai detto che una voce così timida potesse scaturire, non so ancora come, dalle pieghe titaniche d'una montagna. Coperta dalla neve rimane lì e aspet-ta che tu la guardi e magari le mormori immaginate e dolci parole. S'illumina sai? Raccogliendo più forte la luce della luna ti sembra, o forse é viva; e se avessi sentito la sua voce assente di suoni non avresti gettato i garofani della tua indifferenza sulla neve notturna per poi toglierli ed usarli su altre vere tombe. Come quando ci si parla da lontano ricoperti da gomitoli di nebbia, tanto che riesce facile insultare chi é nascosto, ti parla di speranze innominate con significati che mai sono stato tuoi. Avresti fatto come me, aspettare il buio e la luna per parlare della vita come mai si é fatto. Io (mi chiamano pazzo) esco dalle carceri della casa e dai più miseri luoghi comuni e parlo con lei che m'ascolta per ore, fino ad un altro ancora, fino al mutarsi del buio in ombra. Da quando l'ho saputa mia amica non é più lei a chiedere aiuto. E' anche una questione d'esercizio, ma ora la sua voce non é più così tenue, la sento anche dentro casa che continua a raccontarmi la sua storia.

Mantiene quella gentile ed onesta delicatezza che può scaturire da un animo sensibile come il suo. Da qui, piccolo uomo, alzo la voce per sentirmi più forte e la copro d'insulti. Poi le chiedo scusa e le restituisco tutto l'amore che le ho tolto regalandole il mio sabato di luna piena; e s'illumina. Oh quante volte ho voluto parlarle nei giorni di noia e come ne avrei bisogno nel mio letto, giorno dopo giorno, suonarle delle arie di violino con la voce e bagnare di lacrime la sua fronte spaziosa. Ma non posso. No. Tu mi dici: "Piccolo pazzo! Che non riesce nemmeno a trattenere i sospiri quando non c'è".

Anche se succede pochi sabato l'anno e solamente dove la vedo, lei mi parla e dalle sue labbra arrivano parole rifratte e vaghi echi di vita vera. Hai capito ora, la amo. La amo per quello che costruisce nella mia mente, per tutti i giorni che é assente, per ogni fiamma maligna che s'accende qui sotto.

La amo e non é mia. Non posso consolarla, l'ho offesa e l'ho venduta per poche monete superflue, lasciata calpestare da futilità lontane. Io la uccido ogni mattina, quando guardo il viso e i miei denari la sento piangere sopra di me fredde lacrime. Sparse sugli ultimi selciati, rubate da mani diverse e divelte. Proteggerla o bere dai suoi occhi. Non ci riesco. Non posso far altro che vederla felice quando arriva il compagno lontano. Affaticato dal viaggio l'abbraccia d'un immenso urlo di gioia e tutti e due tornano alla loro naturale grandezza. Ed é ora che sento dei sottili gemiti di piacere tra le furie confuse del vento, ora che la tempesta abbraccia le alte nevi del Terminillo, ora che pericolosamente-(come fai tu)- torniamo nei nostri materiali nonsenso. Exit Fadin e noi, nel rumore di cento lamiere contorte lasciamo sono piccoli incendi che da lassù sono maligne scintille passeggere.

 

 

Giampaolo Vincenzi

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