13
julio - agosto 2002

 

Giampaolo
   Vincenzi

   

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Io? Eva!
P. V.

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13
julio - agosto 2002

Giampaolo
   Vincenzi

   


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Io? Eva!
P.V.

 

(Gridato)

PiovEva-PiOv'Eva-AvvioP.E.-AvePivó-Vo'Piave-ViaPove-ApeVivo

(Commosso, ma non troppo. Non se lo merita)

VA'...PIOVE

(In silenzio. L'unica vendetta che si puó)

Pioveva.

E nessuno aveva il dubbio che quella fosse acqua purificatrice. Pioveva su Belmuro e sopra Urbino.

Ma nessuno sapeva su cosa piovesse.

Così Fabio e Francesca vagavano sul ponte ed ogni tanto tiravano un'occhiata al fiume, da dove tornava acqua e si scaldavano così le mani. Ma il letto era morbido (il letto) e sapeva ancora di sangue. Provarono allora a prendere un grido di quelli che arrivano in strada, sopra i tetti delle auto, per parlare, anzi solo per modulare qualsiasi tipo di suono. Ma di urla non ce n'era, tutti davanti al televisore spento. Perché in questo modo si capisce meglio la propria storia. Il semaforo rimase verde, tutte le macchine erano passate; nessuno con l'ombrello che portasse un po' di nero in quella coperta d'apatia. L'orizzonte, non si vede-va nemmeno l'orizzonte. Distinguevano solo il punto, preciso, dove curvava il fiume, un punto che rimandava gli sguardi di Fabio e Francesca che in questo modo si riscaldavano le mani. Non c'erano tuoni,neanche quelle tremende grida della natura, non c'erano, altrimenti sarebbe stato molto più facile alzare gli occhi e provare, almeno provare, a capire. E tutto passava così, mentre passavano sul ponte; neanche un piccolo oggetto definito che servisse da riferimento. Solo il punto dove svoltava il fiume, talmente stupido da non sembrare vero. Ma li infuocava, perché da lì tornavano loro tutti gli sguardi.

"Dimmi qualcosagli ordinò con voce cadente che io già so".

Fabio guardò il punto, tolse la mano, calda, dalla tasca destra del cappotto ed iniziò a toccare le frange della sciarpa che Francesca teneva arrotolata sul collo: "Perché". In quell'istante il viso di lei si fece bianco, e chiuso, ed aprì gli occhi fin dove poteva "Ma tu sei un poeta urlava" ma non c'era voce né tempo. Niente. Come se tutto fosse. Fabio la vide cattiva e per addolcirla aprì la borsa che teneva sotto al braccio per tirare fuori il libro. Con un gesto, solo uno, voleva tirar fuori i sogni che erano là dentro, senza fatica; Francesca posò la mano su quella borsa verde e gli fece cenno di chiuderla. Poi, mentre l'acqua si faceva più insistente tanto da spaccare anche i fogli delle rose, disegnò coi pollici due baffi sulla bocca di Fabio e avvicinandosi a lui mormorò:

"Dimmi qualcosa che io già so".

"Passerà un cane tra noi due, piccola, e farà rumore; allora saremo pieni di ossa e di carne, e di parole. Ma ora non ho da perdere un capello".

La strada scherzava girando tra i palazzi; senza finestre. Tra le righe aperte dei bambini scorreva, tra asfalto e marciapiede, ancora, ancora, ancora quella for-ma di innocenza o quella vecchia punitrice che é l'acqua. Si, l'acqua sa su chi deve cadere ad indicare il punto delle colpe commesse e coscienti.

Ma nessuno sapeva su cosa piovesse.

"Ma tu sei un poeta —mi urlava dall'alto, senza voce tu ce le hai le parole, dammele". No, non ricadere nello stesso errore, ti prego, é solo mio quel corpo, non lo fare. Fabio iniziò a cantare e prese i fogli delle rose intonando un'al-ba provenzale ed arrivò fino a quando poteva. La pioggia smembrò l'inchiostro e poi le lettere e le parole e la sua voce e il foglio. Si ritrovò distrutto a leggere i calli delle dita e quando non ebbe più lacrime girò la testa verso la donna. Tutto ormai era spento, quella poca luce rimasta permetteva solo di vedere la figura, i contorni di Francesca, le sue unghie affilate che tagliavano le gocce, le unghie con le quali si grattava la pancia.

Ormai esisteva solo il ponte in tutta la sua lunghezza, forse ancora di più, fino a dove?

"Ora voglio l'uomo" lei disse mentre, muoveva i primi passi verso il buio. Un'altra volta, come sempre. E acqua, il punto che riscaldava le mani era piccolo, ancora più insignificante, più caldo. Fabio non sentiva neanche i passi di Francesca, s'era seduto con niente da dire e mi tende le mani, piangendo salutava le parole che cadevano dai suoi passi. Non le poteva riprendere, erano mie. Non lo sono più. Era lui ed io che non siamo più se non in un punto dal quale tornano gli sguardi che ci riscaldano le mani. Nel quale non piove.

 

 

Giampaolo Vincenzi

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